Leggende

Le Leggende di Rimini e dintorni:

– Il Ponte di Tiberio ovvero “Il Ponte del Diavolo”;

– Il Ponte del Diavolo ed il “Sasso del Diavolo”;

– La galleria sotto la fontana della Pigna;

– Le Madri di Rimini;

– La Malanotte. Cesare ed il Passaggio del Rubicone;

– Crustumium. L’Atlantide Romagnola;

– Sulle Orme di Mazapégul.

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Il Ponte di Tiberio ovvero”Il Ponte del Diavolo”

Molti riminesi avranno sentito nominare l’antico Ponte di Tiberio con l’appellativo di “Ponte del Diavolo”; anche la tradizionale Festa del Borgo di San Giuliano diede vita ad alcune manifestazioni legate a questa insolita nomea dell’antico ponte romano. Una delle iniziative più eclatanti fu l’esposizione di un imponente carro mascherato da diavolo, posizionato all’imboccatura del ponte. L’appellativo è legato al mito di indistruttibilità di cui nei secoli il Ponte di Tiberio si è fatto scudo.

Iniziato dall’imperatore Augusto nel 14 d.C. fu completato dal figlio Tiberio nel 21d.C.

Dal suo ultimo costruttore, questo mirabile esempio di tecnica romana, prese il nome e si rivestì della leggenda che ancor oggi accompagna le sue millenarie pietre.

Ci vollero ben sette anni a Tiberio per portare a terminare la costruzione del ponte di Ariminum, iniziata dal padre. Durante questi anni, risultò molto difficile riuscire a continuare l’opera. I lavori procedevano molto a rilento perché ogni qual volta che si costruiva un nuovo pezzo del ponte questi crollava o comunque non riusciva bene. Sembrava un’opera edilizia destinata a non vedere mai la luce e a minare la gloria dell’imperatore fin quando egli, dopo aver pregato invano tutti gli dei giocò l’ultima carta rimastagli e interpellò l’unico essere soprannaturale che poteva metterci lo zampino. E ce lo mise davvero.

Tiberio invocò il diavolo e, pregandolo di venire in suo aiuto fece, con il signore dell’oscurità il seguente patto: egli avrebbe costruito il ponte ma in cambio si sarebbe preso l’anima del primo che lo attraversava. All’imperatore non rimase che accettare e il diavolo si mise subito all’opera. Il ponte fu costruito nel giro di una notte; bello, solido e imponente, stava lì, ad aspettare che lo si attraversasse. Venne il momento dell’inaugurazione e il corteo ufficiale era pronto per la parata quando all’imperatore venne in mente come liberarsi di quello scomodo patto col diavolo. Tiberio ordinò che, in segno propiziatorio, prima di tutti, sul nuovo ponte, dovesse passare un cane. Così fu fatto e il diavolo, che aspettava la sua anima sull’altra sponda del ponte, rimase a bocca asciutta. Satana, schiumante di collera per essere stato buggerato così malamente, decise di vendicarsi all’istante e buttare giù il ponte di Tiberio.

Calciò più volte con ira sulla pietra da lui posata, ma niente da fare. L’aveva costruito indistruttibile e nemmeno lui poteva distruggerlo. Così se ne dovette andare… con le pive nel sacco, ma a testimonianza di questo episodio rimangono alcune impronte caprine impresse su di una delle grosse pietre poste all’inizio del ponte sul lato che guarda la città.

C’è di vero che questo ponte romano si è guadagnato la fama d’indistruttibile rimanendo in piedi per quasi venti secoli, sopportando per tutto questo tempo il via vai del traffico cittadino e assolvendo “senza fare una piega” alle sue quotidiane funzioni. Molti nel corso della storia vi arrecarono danni o tentarono di abbatterlo, inutilmente. I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale si accanirono particolarmente con questo importante ponte di comunicazione ma non riuscirono a scalfirlo.

Che sia veramente opera del diavolo?

Il Ponte del Diavolo ed il «SASSO DEL DIAVOLO»

Un’altra leggenda, raccontata da don Pietro Cappella, parroco di Perticara, in un articolo apparso sul settimanale “Il Ponte” di Rimini del 05/03/1989 narra che: “Si doveva costruire a Rimini un ponte sul Marecchi, un ponte che l´imperatore Augusto aveva appena iniziato, un ponte monumentale, (….) il Ponte di Tiberio, chiamato così dall´imperatore che lo ha completato, il ponte (…..) tutt´ora validamente in servizio, ammirato da milioni di turisti. Prima di mettere mano all´eccezionale impresa, quasi imbarazzato, l´imperatore Tiberio si rivolse a Dio: < Signore, dove mai potrò trovare il materiale idoneo per questa costruzione? > < Al Monte della Perticara troverai macigni adatti e in abbondanza.> < Ma prorpio lassù, Signore? Come faccio a portarli fin quà? > < Solo il Diavolo ti può fare questo servizio; gli passerò io una parola. ´Spirito delle tenebre, i romagnoli hanno bisogno di un favore, stanno costruendo un ponte sul Marecchia, hanno bisogno di te per il trasporto delle pietre dalla Perticara fin quì. Se tu ti presti ti darò chi per primo attraverserà il ponte.´ (….) Il maligno accettò l´impresa. E si mise subito al lavoro. Ci pare di vedere la diabolica bestia fare la spola tra Perticara e Rimini con colossali macigni sul groppone. In quattro e quattrotto il ponte arrivò alla sua conclusione. Ora toccava al Signore mantenere la sua parola, fece attraversare il ponte per primo da un cane. (….) Il diavolo, deluso e scornato, facendo fuoco e fiamme nel suo inferno, si rifiutò di fare l´ultimo viaggio. Così al Monte della Perticara è rimasto l´ultimo sasso, destinato al Ponte di Tiberio di Rimini e così nacque il Sasso del Diavolo” (fonte:G. Bartolini, L. Rossini, Montefeltro Misterioso, editoriale olimpia, 1991; pp.158).

Fonte: http://www.appennino.info

La galleria sotto la Fontana della Pigna 

Forse i vecchi riminesi lo ricordano ancora, ma certo i più ci passano e magari ci parcheggiano l’auto sopra senza avere la minima idea della sua esistenza. E’ la galleria che da piazza Cavour si allunga verso piazza Malatesta e la circonvallazione a tre metri di profondità: l’antico Praticabile costruito attorno al 1840 in coincidenza con lavori di ristrutturazione delle vecchie condutture dell’acqua che dalla sorgente di via Condotti (l’attuale via Dario Campana) giungevano alle mura urbane (a ridosso delle quali doveva esistere una ‘piscina’ ossia un serbatoio), per proseguire, attraverso via Poletti, con derivazioni in fistole di piombo, alla fontana “della pigna”, all’abbeveratoio e alle fontanine della pescheria.

Insomma una galleria sotterranea, dalla tipica architettura ipogea, in laterizi e volta a botte, alta un metro e ottanta, ancora agibile per almeno una sessantina di metri. Ma il Praticabile ha anche alimentato dicerie e racconti sinistri. Come quello di un suo collegamento con la miriade di grotte tufacee di Covignano, con un’entrata segreta proprio dalla base della Fontana.

La leggenda più diffusa è quella dei Frati Bianchi, gli innocui monaci olivetani dal saio bianco dell’abbazia di S. Maria di Scolca, a San Fortunato. Monaci che furono certo ricchi ed alteri, ma che la voce popolare – forse innestandosi su detti ancora più antichi riguardo altri “frati bianchi”, i Templari – ritenne addirittura artefici di “riti cruenti e blasfemi”. Soprattutto, presunti rapitori di fanciulle che nottetempo e imprudentemente avevano in sorte l’attraversamento della piazza della fontana. In una delle grotte dei frati ci sarebbe anche un tesoro maledetto, frutto dei loro crimini.

Storie in cui riecheggiano ricordi o fantasie di perduti acquedotti romani, assieme alle dicerie sui passaggi segreti di Castel Sismondo, sul reticolo di grotte a Covignano e su altri cunicoli, che certamente esistevano in città per essere utilizzate in caso di assedio, per la fuga come per le sortite.

I racconti popolari, nutriti dal passaparola e da temerarie incursioni dei ragazzi all’interno del Praticabile almeno sino agli ’30 e ’40, hanno così rappresentato l’ancestrale legame della città con il suo colle, sede dei riti più remoti, e4 con il magico mondo sotterraneo.

Fonte: http://www.chiamamicitta.net

“Le “Madri” di Rimini”

Spesso, trattando le origini di una città si trovano informazioni sui c.d. “Padri fondatori”, tuttavia questa è la prima volta che mi imbatto in un articolo avente ad oggetto le “Madri”…

Buona Lettura!

La prima è citata in un carme di Orazio. Nel quinto epòdo il poeta descrive, con minuziosa e un po’ raccapricciante dovizia di particolari, l’atroce sortilegio perpetrato da un quartetto di fattucchiere. Per riconquistare i perduti amanti, accalappiati da altre signore, le perfide sotterrano un bambino fino al mento e lo lasciano morire di fame. Non senza mettergli sotto il naso i piatti più succulenti, onde struggerlo con questa sorta di supplizio di Tantalo. Come tutte le streghe che si rispettano, le nostre sfaccendano intorno a un pentolone, dove gettano rami di cipressi cimiteriali, caprifichi divelti dalle tombe, penne e uova di uccelli notturni e ossa strappate dalle fauci di una cagna digiuna. Con questo tenebroso rito accompagnano l’agonia del bambino.

Le quattro sono la napoletana Canidia – una famosa maga e avvelenatrice che ad Orazio aveva giocato un tiro mancino, rendendolo per qualche tempo impotente – e le sue complici Veia, Sàgana e, per l’appunto, “la riminese Foglia / dalla maschil lussuria” (qui il poeta sembra alludere, oltre tutto, a tendenze tribadiche e saffiche della strega di Rimini).

La vicenda delle orchesse è rievocata da Procopio da Cesarea nel capitolo XX del secondo libro delle Storie.

Corre l’anno 539. Un lustro ininterrotto di scontri fra Goti e Bizantini, scorrerie, saccheggi, devastazioni, ha ridotto l’Italia allo stremo. Infuria la carestia, mietendo migliaia di vittime e imbarbarendo i superstiti. Ma cediamo la parola a Procopio:

“Si dice che due donne, in un villaggio oltre Rimini,

mangiarono diciassette persone.

S’era dato il caso che fossero le sole superstiti del villaggio:

perciò gli stranieri che passavano di lì andavano a stare

nella casa dove abitavano, e quelle li uccidevano nel sonno e li mangiavano.

Si racconta però che il diciottesimo ospite, svegliatosi dal sonno

mentre le megere stavano per fargli la festa, balzò su,

apprese da loro tutta la faccenda e le uccise entrambe”.

Consigliere di Belisario, Procopio lo accompagnò nella spedizione in Persia e nelle successive campagne d’Africa e d’Italia, dove fu testimone oculare e vigoroso narratore delle atrocità dell’interminabile guerra greco-gotica, combattuta senza esclusione di colpi e nel più fiero disprezzo delle popolazioni. Introdotto da una pagina di crudo e asciutto realismo, l’episodio delle orchesse riminesi si colloca in un contesto che lo rende credibile e coerente con la dichiarazione programmatica del proemio dell’opera: “Alla storia conviene la verità.

Fonte: http://www.comune.rimini.it/

La Malanotte. Cesare ed il passaggio del Rubicone 

Siamo nel 49 a.C. quando Cesare, di ritorno dalla Gallia, superò il fiume Rubicone (allora confine tra lo stato di Roma e la Gallia Cisalpina) alla testa di quasi 50.000 uomini. Il Senato romano stava ordendo contro il partito di Cesare e quest’atto fu una sorta di ribellione armata.

 Il racconto vuole che durante la notte del passaggio del Rubicone (“Urgon” nel dialetto del luogo) si scatenò una violenta battaglia tra i fedeli a Cesare e la parte avversaria. Una immensa carneficina che lasciò sul campo centinaia di corpi mutilati. Tra i combattenti di Cesare c’era anche un alto ufficiale, descritto come alto e biondo e con una corazza lucente che però venne alla fine ferito alla gamba da un colpo di lancia.

In quella battaglia Cesare ebbe la meglio e con i superstiti iniziò a seguire i nemici in fuga,abbandonando sul campo i feriti incapaci a muoversi.

Fu una notte terribile – da qui il nome Malanotte – densa di lamenti e di ultimi sospiri, resa ancora più difficile dai lupi che staccavano la carne dei morti e dei moribondi.

Il bell’ufficiale, impossibilitato a muoversi si difese come poté e lo fece strenuamente per tre notti, rimanendo infine l’unico vivo su quel tappeto di morti.

La terza notte le urla si fecero così alte che gli abitanti di Montiano scesero per vedere chi fosse. E non appena arrivarono sul luogo della strage trovarono l’ufficiale proprio mentre stava spirando. Ne ebbero compassione e lo seppellirono in un sarcofago, in un terreno poco distante.

Agli inizi del Novecento un contadino, durante l’aratura ritrovò il sarcofago. Si mise in testa che potesse celare un tesoro e quindi, una volta arrivata la notte, lo andò a disseppellire con i tre fratelli. Ma i tre novelli tombaroli non trovarono nessun prezioso: solamente delle ossa sbriciolate, qualche lembo di tessuto e delle ciocche bionde. Amaramente delusi, pur di non tornare a casa a mani vuote, portarono con loro i pezzi del coperchio frantumatodurante l’apertura, pezzi che riutilizzarono per rifare parte dell’acciottolato di casa.

Mai ci fu errore più grande. Da quel giorno la casa si riempì degli spiriti dell’ufficiale e di tutti i morti in quella battaglia, spettri spaventosi e rumorosi.

Tutto terminò quando la tomba venne ricomposta con tutti i propri pezzi.

Fonte: http://www.sorpresa.sm/

CRUSTUMIUM… L’ATLANTIDE ROMAGNOLA

Della mitica città sommersa nel mare di Cattolica si parla ormai da diversi secoli, ma sembra rimanere per tutti un evanescente miraggio. C’è chi afferma di averla vista e di questo troviamo autorevoli testimonianze sin dai primi secoli dopo il mille, e chi dice senza dubbi che è solo una montatura, una leggenda popolare e tra questi troviamo personaggi altrettanto credibili quali studiosi e archeologi dei nostri tempi.

Rimane il fatto, tremendamente affascinante, che da centinaia di anni, moltissime persone che hanno solcato le acque nei pressi di Cattolica, giurano di aver visto sott’acqua a poche miglia dalla costa, soprattutto con il mare calmo e la bassa marea, resti di mura e di torri.

I pescatori e tutta la popolazione della zona sostengono che si tratti di una millenaria città sommersa da un cataclisma. I primi affermano di aver più volte agganciato le loro reti in mastodontici macigni e alcuni sommozzatori si sono trovati davanti ai loro occhi attoniti una intera città sotto l’acqua.

Mura possenti, torri, statue e palazzi dagli eleganti colonnati, sembra possedesse la miticaCrustumium. Questo il nome originale dell’ipotetica città sorta vicino all’omonimo fiume da cui prese il nome, oggi conosciuto come Conca. Esistente già nel V secoloperché citata da un autore latino di quell’epoca, l’antica città fu sicuramente distrutta da un cataclisma naturale, molto frequenti a quei tempi.

La vicina zona costiera è conosciuta come terra di abitati romani, lo stesso mare ha frequentemente restituito alla luce diversi reperti oggi custoditi nel pregiato Antiquarium di Cattolica.

Numerose ed equivalenti testimonianze umane perpetuate da ieri a oggi: tutti quanti, studiosi o semplici curiosi, dicono di aver scorto sott’acqua alla profondità di mezzo braccio, resti di mura e di torri. Da allora si è sparsa la credenza che in quelle acque così vicine alla costa, nei tempi antichi sia sprofondata in mare una città conosciuta comunemente con il nome di Conca.

www.romagnapolis.it

SULLE ORME DI MAZAPÉGUL

Il Mazapegul è il tipico folletto romagnolo, dispettoso e pasticcione che passa le notti ad infastidire le giovani fanciulle e non solo.

Quella dei Mazapegol è una piccola famigliola di folletti della notte, composta da diverse tribù quali iMazapedar, i Mazapegul, i Mazapigur, i Calcarel, diffuse un po’ in tutta la Romagna.

Il mazapédar (o mazapégul) è dunque un personaggio fantastico che nel folklore romagnolo sta tra il folletto e l’incubus.

Si tratta di un esserino molto piccolo, ibrido tra il gatto e lo scimmiotto, di pelame grigio, con un berrettino rosso sul capo. Trattandosi di uno dei tanti Incubi è un vero maestro nel provocare peso al ventre e orribili sogni.

Le donne possono liberarsi dell’incomodo facendosi vedere la sera mentre mangiano un pezzo di pane fingendo nel contempo di spidocchiarsi. Il Mazapegol si offende talmente che non si fa più vedere, ma non tanto per l’oltraggio subìto, quanto perché ritiene la sua protetta una persona assai poco pulita. Similmente si può mangiare pane e formaggio, e nel contempo, fare i propri bisogni.

Per difendersi dal Mazapegul si può stendere un sacco sulle coltri del letto, il Mazapegul, infatti, resta lontano per timore di esservi rinchiuso. Il Mazapegul ha anche una grande avversione per l’acqua.

Un altro metodo ancora è quello di spargere una manciata di chicchi di riso sul davanzale, il Mazapegul si mette a contarli uno per uno, fino a quando non sorge il sole e scappa.

Nota bene: privo del berretto, lo spiritello perde i suoi singolari talenti! Tuttavia attenzione a sottrarglielo! Vi si racconta di fatti d’una ragazza amata, che gli aveva tolto il berrettuccio e non glielo voleva più rendere, lo spiritello la minacciò di un dispetto grosso e una sera che la ragazza andò al ballo la ragazza si trovò d’improvviso nuda nata.

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Mazapegul

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