E’ la più antica di Viserba stessa; da sempre ha caratterizzato questa cittadina, non per nulla denominata, ai tempi

 delle belle époque “Regina delle Acque”.

 La leggenda della Fontein una notte d’estate del 957 nell’isola di Proconneso (Elaphonesos o Neuris) nel Mar di Marmara, franò lo scoglio sul quale per sette secoli aveva riposato il corpo del giovane martire Giuliano, discendente da una nobile famiglia istriana e da un senatore greco. Erano gli anni tristi dell’imperatore Decio Cneo Traiano (249-251), accanito persecutore dei Cristiani, la cui lotta infierì dal 197 al 251. 

Educato alla fede dalla madre Asclepiodora, Giuliano fu scoperto seguace di Cristo e condotto dinanzi al tribunale del

 proconscole Marziano a Flaviade, nella Cilicia. Esasperato dal rifiuto del giovane di rinnegare la propria fede e passare all’adorazione degli idoli, Marziano lo fece rinchiudere nudo in un sacco, fra serpi velenose e sabbia. Lo fece gettare in mare, alla presenza della madre. Il corpo pervenne all’isola di Proconneso, dove, raccolto dai fedeli, fu sepolto in una grande arca di marmo collocata su di uno scoglio a picco sul mare, da cui franò come detto  nel 957. 

Il sarcofago iniziò una navigazione straordinaria (guidato dagli Angeli, dice la leggenda) attraverso lo stretto dei Dardanelli, il Mar Egeo, il Mediterraneo, lo Jonio e l’Adriatico.

In una notte del 963 i riminesi furono attratti sulla spiaggia da un fenomeno eccezionale: il mare era agitato da grandi onde, ma in cielo non spirava neppure un alito di vento. Così ai cittadini accorsi si mostrò all’orizzonte una visione che aveva dell’incredibile: in mezzo alle onde, circonfusa di luce, un’arca marmorea avanzava come fosse una nave, e si dirigeva con sicurezza, sospinta dai flutti, verso la spiaggia riminese, che a quel tempo arrivava all’altezza dell’attuale via Sacramora. Tra lo stupore degli astanti il sarcofago approdò non lontano dal monastero benedettino dei SS. Pietro e Paolo, nella località che venne poi denonimata Sacramora, ovvero “Sacra Dimora”, a ricordo della miracolosa reliquia che ha ospitato.

Subito la notizia del prodigio si sparse e primo fra tutti accorse il Vescovo Giovanni con il clero e i notabili della città. Egli voleva trasportare l’arca nella cattedrale per darle maggior onore, ma il sarcofago risultò inamovibile. Si provò anche ad aprirlo per verificarne almeno il contenuto, ma anche questa iniziativa rimase senza esito.

Il sarcofago fu così abbandonato nella località dove era approdato, finché, alcuni anni dopo, il successore dell’abate Lupicino, di nome Giovanni, radunati i suoi monaci e i fedeli del monastero, dietro licenza del Vescovo, indisse un digiuno

 per implorare l’aiuto di Dio e tentare la traslazione dell’arca dalla Sacramora alla chiesa del monastero (l’attuale chiesa di San Giuliano, nel Borgo di Rimini). Questa volta il sarcofago si lasciò docilmente trasportare, trainato da due giovenche, e sul luogo dove aveva sostato sgorgò una sorgente.

La vita e il supplizio del martire, nonché il prodigio della sorgente, sono rappresentati in varie fasi nel Dossale di San Giuliano dipinto da Bitino da Faenza (Sec. XV), che si può ammirare nella chiesa di San Giuliano, nell’omonimo Borgo di Rimini, a due passi dal Ponte di Tiberio. 

Si tratta di una serie di scene successive intorno alla figura centrale del Santo. Da queste si ricavano preziose informazioni

 aggiuntive. 

Mentre la Fonte della Sacramora inizia a gettare acqua, l’Abate e i monaci di S. Pietro accompagnano in processione il sarcofago alla loro Chiesa. Qui, nel chiostro, l’arca viene scoperchiata alla presenza del Vescovo, dell’Abate, del clero e del popolo accorso a venerare le reliquie del Martire. 

L’urna di marmo d’Istria (alta m. 1,50 e lunga m. 2) è collocata dietro all’altare maggiore della chiesa che nel XII secolo venne intitolata a Giuliano. 

Nel 1910 le spoglie del Santo furono trasferite dall’arca di marmo in un’urna di legno e cristallo (oggi sotto l’altare). 

Fra il novembre 1956 e l’autunno 1957 si svolsero dei festeggiamenti solenni per il millenario dell’approdo, suddivisi fra la chiesa di San Giuliano e l’antica Fonte. 

Il 23 giugno 1957 il Can. Mons. Emilio Pasolini benedì, a ricordo del millennio, un cippo posto sulla polla della “Sacra Dimora”, unitamente ad un bassorilievo di Franco Luzi raffigurante il Santo aggredito dai serpenti. 

Così l’iscrizione del cippo: 

LA ECCEZIONALE MORA 

DELL’ARCA DI S. GIULIANO 

MARTIRE DI CRISTO 

HA SUSCITATO 

LA SALUTARE E BENEFICA POLLA 

CHE ZAMPILLANDO GIOIOSA 

RICANTA IL PRODIGIO 

ETERNANDOLO NEI TEMPI 

MCMLVII – NEL MILLENNIO 

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