Accanto all'”itinerario maledetto” che contrassegna, a Rimini e dintorni, gli spiragli degli Inferi, i luoghi misteriosi, gli edifici infestati, si potrebbe tracciare una piccola ma ghiotta mappa dei tesori sepolti. Diciamo, intanto, che non c’è praticamente rocca, avanzo di castello e mozzicone di torre che non abbia alimentato qualche voce su tesori che si nasconderebbero in qualche intercapedine dei possenti muri o in qualche tenebroso cunicolo sotterraneo.

Il più singolare, strepitoso e improbabile tesoro del riminese si celerebbe però nelle viscere del Monte Giove, a Santarcangelo. Qui, in una grotta non ancora scoperta, si troverebbero alcuni telai d’oro massiccio, azionati, di notte,

da instancabili (e nient’affatto sindacalizzati) tessitori-fantasma. Così, almeno, la vende Giorgio Batini, premio Marzotto per il giornalismo, in un libro del 1968.

Meno fiabesco è il tesoro dei Templari. Le ricchezze dell’ordine – com’è noto – erano spropositate. Nella sola Francia il Tempio possedeva novemila “capitanerie” e case fortificate. La sua rendita annuale, lira più lira meno, era di un migliaio dei nostri miliardi, che i Fratelli – che avevano fatto voto di povertà – tesaurizzavano fino all’ultimo centesimo. I capitali del Tempio erano sufficienti per comprare la Francia, l’Italia e un paio di principati tedeschi per buon peso. Nelle casse dell’ordine, la più grande banca di tutti i tempi, erano stipati il tesoro della corona francese, i fondi ecclesiastici, il denaro, i titoli e i gioielli dei privati. Quando nel 1307, con un blitz, Filippo il Bello fece piazza pulita del Tempio, ne confiscò parte delle proprietà altre ne incamerò la Chiesa. Ma il grosso dei liquidi e dei preziosi non fu mai ritrovato. Da allora lo si cerca inutilmente.

A Rimini – come s’è accennato – i Cavalieri del Tempio possedevano una “filiale” di tutto rispetto, che aveva sede nellachiesa di San Michele in Foro. Va ricordato che nella città – nodo stradale di primaria importanza e porto molto trafficato – circolava parecchio denaro. Una parte cospicua l’avranno custodita, come dovunque, i Fratelli (inventori, tra l’altro, dell’assegno circolare). Dove si può cercare, ammesso che esista ancora, il tesoro dei Templari riminesi? Innanzi tutto nei paraggi della chiesa di San Michele in Foro, nella via omonima. Della chiesa, distrutta agli inizi del secolo scorso, resistono gli avanzi dell’abside. O a Gambettola, là dove sorgeva l’ospedale di Budrio, proprietà del Tempio e dipendenza di San Michele. O in qualche grotta scavata nel rosso tufo di Covignano, se si prende per buono il collegamento tra l’ordine dei

Templari e la leggenda popolare dei “Frati Bianchi” delle Grazie.

Il 18 febbraio del 1839 si diffuse rapidamente la voce che erano stati ritrovati una pignatta di monete d’oro del valore di sessantamila scudi sonanti e un crocifisso anch’esso d’oro. Chi fossero i fortunati scopritori e dove si nascondesse il tesoro, non si riuscì a sapere. Vero è che la Locanda cosiddetta del Vescovo, attigua alla pescheria, presentava un grosso buco nel muro esterno e che due sconosciuti furono sorpresi mentre, zitti zitti, lo allargavano. Avvicinati da alcuni curiosi, i due se la squagliarono. Che stessero cercando altre pignatte? Questo, almeno, fu il sospetto generale. La Locanda del Vescovo diverrà poi l’Albergo del Leon d’Oro.

Se un “cacciatore di tesori” della domenica volesse andare a colpo sicuro, gli si potrebbe suggerire di scavare nella cantina di una vecchia casa del rione di Montecavallo. Sia però avvertito, a scanso di responsabilità, che si tratta

probabilmente di un “tesoro maledetto”.

Il 24 febbraio del 1825 fu rinvenuto il corpo esanime di un benestante riminese, tale Sebastiano Martelli di cinquantaquattro anni, persona “alquanto pingue” (annota il cronista Filippo Giangi) e “di goffa figura”. Il corpo dello sfortunato fu ritrovato nella cantina della sua abitazione, dentro una fossa aperta di fresco; non presentava fratture nè contusioni nè segno alcuno di caduta o di violenza. Una morte misteriosa.

Il Martelli – a quanto si sa – aveva un chiodo fisso: che in casa sua fosse nascosto un tesoro.

Ignoriamo da dove traesse questa irremovibile convinzione. E’ possibile che derivasse da vecchie tradizioni familiari: voci vaghe ma tenaci, trasmesse di padre in figlio. Un giorno gli fece visita un'”indovina o astrologa“. La donna, interrogata, non solo gli confermò l’esistenza del tesoro, ma gli indicò esattamente il punto dove avrebbe dovuto scavare. Previde,

inoltre, che avrebbe trovato uno scheletro e, sotto, un vaso di coccio pieno di monete d’oro e gioielli. Su questo, però, la chiaroveggente fu meno categorica: se il tesoro non stava nella pignatta, doveva trovarsi qualche spanna sotto.

Si può ben immaginare l’eccitazione del bravuomo. Detto fatto chiamò un contadino e, con la scusa di voler ricavare una fossa da grano, lo fece scavare profondamente nel luogo indicato dall’indovina. Come costei aveva predetto, fu rinvenuto prima lo scheletro decapitato di un uomo e poi il vaso, ma vuoto.

Il Martelli, ormai sicuro di essere a un passo dalla scoperta, liquidò in tutta fretta il contadino, cenò, prese una scala, un

lume e un badile e scese nella buca. Da dove non uscì più fuori. Gli scettici pensino pure a un infarto; i “cacciatori di tesori” sanno bene che ogni tesoro che si rispetti è vigilato da un “guardiano” (di solito il fantasma di un uomo ammazzato allo scopo), e che mal incoglie al temerario e all’inesperto. E, certo, lo scheletro decapitato non prometteva niente di buono. Dov’era ubicata la casa di Sebastiano Martelli? Era situata, per la precisione, “sull’angolo dirimpetto al vicolo Malpasso” (nome che è tutto un programma), “per la via detta della Liscia Grossa”, dietro alla contrada dei Magnani (oggi via Garibaldi). Ce n’è abbastanza per localizzarla esattamente. E per ricominciare a scavare. A proprio rischio e pericolo, s’intende.

Fonte: http://www.rimini.com

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