San Marino benedicente, G.F.Barbieri, detto il Guercino, XVII secolo

 Molti anni fa, quando…

 ” Temporibus Diocliciani et Maximiani imperatorum, quando persecutionis tempestas catholicam christianorum ecclesiam per totum orbem terrarum dispersam tirranica rabie et hostilibus gladiis deuastabat…..”

É questo l’ esordio del fantastico viaggio a ritroso nel tempo che stiamo per intraprendere tra antiche terre e genti, nonchè le prime righe del testo agiografico che ci narra le gesta di San Marino, fondatore, a sua insaputa, di una delle più antiche realtà di autodeterminazione spirituale e politica che la storia ricordi.

 La leggenda narra che ai tempi di Diocleziano (243-313 d.C.), grande imperatore romano (d’oriente) artefice della cosiddetta tetrarchia, la divisione dell’impero romano in due (occidente ed oriente) e di Massimiano (250-310 d.C.) imperatore d’ occidente, giunsero ad Ariminum (l’ attuale Rimini) Marino e Leo, due provetti scalpellini dalmati. La città romana era stata da poco distrutta dalle orde selvagge di Demostene, re dei Liburni, giunto dal mare. Nel 257 i due imperatori romani decisero pertanto la ricostruzione della città in rovine. In tal senso fecero chiamare da tutte le regioni d’ Europa esperti nelle arti e costruzioni. Arrivarono una moltitudine di operai di tutte le nazionalità: Galli, Germani, Romani, Macedoni, Barbari ed ovviamente Dalmati. Ariminum divenne una città cosmopolita.

Tuttavia in quel momento imperversava una sanguinosa repressione manu militari, indetta dallo stesso Diocleziano, contro i cristiani e la loro religione e tutti i simboli che la rappresentavano. Furono infatti trucidati molti innocenti (considerati all’ epoca come facenti parte di una setta) e bruciati libri sacri.

 Tra questi operai, lo abbiamo già detto, arrivarono i due lavoratori della pietra, dalla Dalmazia (esattamente dall’ isola di Arbe), che ai quei tempi era una provincia imperiale romana, corrispondente alla Croazia attuale. La leggenda ci racconta che… Marino e Leo erano persone di eccezionale elevatura morale. Accettarono di prendere parte alla ricostruzione di Ariminum, non tanto per la gloria terrena, quanto piuttosto per quella ultra-terrena, svincolandosi così dai legami materiali, tipicamente umani. Ci viene detto che San Marino era profondo conoscitore di materie divine e religiose, possedendo in tal modo una immensa saggezza che gli permetteva di compiere opere, materiali e soprattutto spirituali, nel massimo rispetto della legge celeste.

 Successivamente alla loro venuta sul territorio riminese, gli imperatori Diocleziano e Massimiano maturarono la decisione di inviare sul Monte Titano gli scalpellini onde potere estrarre e lavorare vari tipi di roccia autoctona. Lì rimasero tre anni. Tre anni di duro lavoro, ‘dimenticati’ sulle impervie sommità del Monte. Terminata la dura prova, i due compagni decisero di divedere le loro strade: Leo si stabilì con compagni sul Monte Feliciano (detto anche Monte Feltro), scavandosi nella roccia una cella, e costruendo con i compagni di viaggio e vita una chiesa in onore di Dio. L’ insediamento così fondato prenderà, con il passare del tempo, il nome di San Leo. Marino scelse invece di ritornare a Rimini per non abbandonare i propri compagni. Fece di nuovo valere le sue abilità di incisore, costruendo in breve tempo, due mesi e mezzo, un pozzo. Ma non è tutto. San Marino era un instancabile lavoratore: mentre di notte gli altri dormivano, lui lavorava; laddove per compiere lavori di una certa difficoltà e gravosità occorrevano più uomini e buoi, lui li realizzava con il solo ausilio del suo prezioso asinello. Queste qualità fecero emergere la figura del Santo tra le tante degli operai presenti sui cantieri. Si andava dicendo che era aiutato direttamente dal Signore. Ed è questa la voce che si diffuse in tutta Europa, quando gli operai, a lavoro concluso, tornarono nelle rispettive dimore. Il Santo assumeva dimensione di esempio.

Marino però rimase a Rimini; per ben 12 anni e 3 mesi, racconta la narrazione epigrafica. In questi anni continuò a professare la parola del Signore, ad infuocare gli animi degli ascoltatori, a convincere gli increduli, ad avvicinare alla fede ed al messaggio cristiano molti degli abitanti di Rimini.

Da adesso il destino di San Marino è segnato. La sua notorietà è tale da attirare su di se sguardi clementi ma anche i frutti amari della rivincita del Male. Sicuramente ottima impressione fece al Vescovo Gaudenzio inviato da Roma a Rimini per evangelizzare e convertire i pagani: rimase impressionato dell’ opera del Santo, prese a cuore la sua situazione. Il Male invece incarnava le spoglie di una donna, che sentite voci sulle azioni di San Marino, decise di tentarlo a commettere atti peccaminosi. Questa donna, che attraversò il mare Illirico, giunse a Rimini dalla Dalmazia, fingendo di essere la sua legittima sposa. Trovato Marino, tentò dapprima, di sedurlo. Ma non ci riuscì. Il Santo la respingeva ad ogni tentativo. Questa decise di coinvolgere le autorità romane, chiedendo al tribunale di esaminare le sue pretese oltre che per additare lo spiccato ruolo evangelizzatore di Marino.

Le vicende che seguirono la vile denuncia della donna, segnarono per sempre le vicende dell’ antica Repubblica, segnando in questo modo l’ anno zero della sua storia. Infatti San Marino anticipò le mosse delle autorità romane, scappando da Rimini in direzione del Monte Titano, posto che ovviamente conosceva come nessun altro. Risalendo la valle del fiume Marecchia, poi su per il torrente di San Marino, imboccando poi il fosso del Re, giunse a quello che fu il suo primo rifugio: la grotta della Baldasserona.

 LA LEGGENDA DI SAN MARINO (seconda parte)

 Trascorsi 12 mesi immerso in un ambiente ostile, pieno di temibili fiere, patendo il freddo e la fame, alcuni porcai scoprirono il suo nascondiglio e ne divulgarono, in buona fede, l’ esatta ubicazione. Appresa la notizia, l’ infame falsa consorte accorse presso tale luogo per tentare nuovamente l’ eremita. Marino con forza e coraggio si trincerò letteralmente per sei giorni e sei notti nella sua grotta, privandosi di cibo e vivendo di sola preghiera. Al sesto giorno la donna abbandonò il suo tentativo d’ inganno, se ne tornò a Rimini, e pubblicamente confessò d’ avere agito contro un Santo, contro cioè il Signore in persona, per volontà del Maligno. Non sopravvisse per più di un’ ora dal momento delle sue rivelazioni.

 Il Santo riprese di nuovo la sua strada, sempre più verso l’ alto del Monte; verso di una solitudine sempre maggiore. Giunto sulla sommità del Monte, costruì con le sue abili mani di scalpellino, così come Leo, una piccola cella ed una chiesa in onore del fondatore della chiesa cristiana: S. Pietro. Pronto era egli, come sempre, ad affrontare la vita serenamente e saggiamente.

 Tuttavia altri problemi e prove stavano per ricadere sul Santo. Un tal Verissimo, figlio della nobile donna e vedova Felicissima, proprietaria del terreno sui cui sorgeva il Monte, non contento della indesiderata presenza di San Marino andò a contestargliela.

San Marino, avendo presagito le minacciose intenzioni del ragazzo, pregò il Signore affinchè lo tenesse sotto controllo. E proprio in quell’ istante Verissimo, cadde a terra per una paralisi delle braccia e gambe a cui seguì quella della parola. Verissimo fu riportato a casa e a mala pena spiegò quanto era successo. Donna Felicissima si precipitò dal Santo per chiedergli perdono e offrirgli tutto quanto avesse desiderato. Il Santo rispose che per se non desiderava nulla, quanto piuttosto la loro conversione e battesimo oltre ad un pezzo di terra dove avesse potuto trovare il giusto riposo al momento venuto di ritornare a Dio. Felicissima acconsentì subito dimostrando in tal modo la sua sincerità, offrendo altresì, oltre al Monte, anche le aree circostanti, per San Marino e suoi successori. Conseguentemente alla promessa, Verissimo ritrovò piene facoltà e cinquantatre familiari si convertirono.

Venne infine un riconoscimento anche dagli uomini. Il vescovo di Rimini, Gaudenzio, udite le gesta di Marino e Leo, li convocò per esprimere loro profonda riconoscenza. I due accettarono e al termine dell’ incontro, Leo venne consacrato sacerdote mentre Marino, diacono. Ad incontro terminato ritornarono alle rispettive vite di sempre. Ed è a questo preciso punto della vita di San Marino che si verifica la parabola dell’ orso: rientrato sul Monte, un orso aveva sbranato l’ asinello compagno di tanti lavori col Santo. Pieno di saggezza spirituale, San Marino comandò all’ orso di sostituirsi all’ asino, svolgendo di fatto pesanti ed umili lavori per il resto della vita.

 Purtroppo per lo scalpellino dalmata, stava per abbattersi sulla comunità cristiana un’ ultima scabrosa prova. I seguaci del Cristo furono nuovamente messi in difficoltà e perseguitati per la oscura vicenda che narreremo:

 In Rimini, un prete di nome Marziano, decise di fare secessione dai dogmi ufficiali della chiesa cristiana, creando di fatto un movimento eretico. Il vescovo di Rimini, Gaudenzio, immediatamente si propose di combattere tale rivolta, minacciando di scomunica i seguaci di Marziano. Disgraziatamente per Gaudenzio, Marziano era imparentato con un altro Marziano, prefetto romano della città portuaria. Ne seguì l’ ennesima caccia al cristiano. Gaudenzio si rifugiò a Forlì, mentre San Marino proseguì la sua tranquilla vita di anacoreta sulla vetta del Titano, immerso nella solitudine e contemplazione del creato. Fu proprio in quei luoghi, avvolti da un alone di fascino e mistero, che il 3 settembre fu richiamato dal Signore e fu sepolto nella chiesa costruita da lui stesso. Di poco era stato preceduto da San Leo.

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